IL PERSONAGGIO Raffaele Tarpani è tornato tra la sua natura, in quel paesaggio amato che lo ha sempre ispirato. È scomparso a 71 anni con il pennello in mano, al lavoro davanti alle sue tele fino all’ultimo giorno. Si leggono note di cordoglio di tante amministrazioni, dal Comune di Perugia, Corciano, Bastia, fino a Deruta, luogo dove da anni ormai risiedeva; di decine di associazioni, dalla Casa di Jonathan a Bastia, alla quale nel 2015 donò un’opera, a quella del Sopramuro che nell’estate 2020 lo ha celebrato con un Premio alla carriera, durante una affollata estemporanea nel centro storico di Perugia. Già, i concorsi, le estemporanee, le grandi passioni dell’artista, insieme a quella dell’insegnamento privato in studio (ma ha anche insegnato vetrinistica all’Enalc), per tutte quelle persone che avevano messo l’arte da parte da troppo tempo. Tarpani, classe 1949, era figlio di quel glorioso momento storico quando l’Istituto d’arte e l’Accademia di Belle Arti di Perugia godevano dell’eredità di Gerardo Dottori. Il suo linguaggio ne fu sempre influenzato, e fu uno dei pochi privilegiati a ricevere dal Maestro del Futurismo diverse recensioni lusinghiere e la presentazione di una mostra. Diplomatosi all’Istituto d’arte, subito dopo abilitatosi all’insegnamento, non andò neanche all’Accademia perché volle subito esercitare. In effetti, vinse presto premi ad ogni concorso al quale partecipò, non solo di livello locale. Nel 1968, diciannovenne, tenne la sua prima personale presentata proprio da Gerardo Dottori, che non era stato suo insegnante, ma che scrisse per lui parole di considerazione e di attenzione riguardo alle capacità di realismo sintetico e di colore sobrio e profondo. E dopo tre anni l’anziano, ma sempre attento Maestro, lesse in alcune opere a soggetto sacro del giovane pittore spirito puro, scevro da qualunque complicazione letteraria e filosofica. Dottori, si dimenticò però di invitarlo a guardare oltre i ristretti confini della sua città, come aveva fatto lui quasi mezzo secolo prima, cosa che avrebbe potuto fare agevolmente considerato che nel 1969 era stato tra i vincitori di un concorso nazionale che lo aveva portato a Milano a lavorare per l’ufficio visual della nascente Standa, esperienza che continuò a Perugia, ma che poi interruppe. Tarpani volle vivere e lavorare senza condizionamenti e in mezzo alla sua gente. Si potrebbe dire che nel suo percorso artistico, dopo aver esaltato dottorianamente il dinamismo della natura con originali spunti cromatici e compositivi, è poi approdato negli ultimi anni a una rilettura pacata del colore alludendo alla ricerca informale di Alberto Burri, l’altro grande maestro umbro del Novecento, ma lontano dalle citazioni perché la sua materia e il colore sono puro distillato di sentimenti, laicizzazione cromatica. Di lui hanno scritto i più importanti critici d’arte umbri, e alcuni anni fa, in occasione dei quarant’anni di carriera, in tanti gli resero omaggio alle Logge di Braccio dove presentò questa sua nuova stagione materica e più informale. Francesca Duranti

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