Dopo la terza assoluzione parla la 49enne che era accusata di omicidio preterintenzionale
«La mia vita è cambiata da quella notte. Su di me tanti pregiudizi, sono dovuta andare via»

SEI ANNI DI PROCESSI E TRASFERIMENTI: A PERUGIA VENIVA SEGUITA E INSULTATA ANCHE SOTTO CASA

IL MESSAGGIO PER MAMMA SONIA: «SPERO UN GIORNO MI PERDONI MA NON È STATA COLPA MIA»

IL CASO

Non ho vissuto bene questi anni, perché io ho sempre saputo di non essere responsabile della morte di Samuele. E alla mamma dico: spero mi perdoni, ma non è stata colpa mia».
A parlare, dopo anni di silenzi e occhi bassi, è Patrizia, la 49enne brasiliana accusata della morte di Samuele De Paoli, trovato cadavere in un fosso di Sant’Andrea delle Fratte il 28 aprile del 2021 e ora definitivamente assolta an-che dalla Corte di cassazione. Transessuale, nata Hudson Pin-heiro Reis Duarte, le indagini avevano subito portato a lei dopo il ritrovamento del corpo di Samuele, elettricista e giocatore del Bastia, morto a soli 19 anni per la compressione del glomo carotideo. Un omicidio volontario per la famiglia De Paoli, un caso da archiviare per la procura di Perugia e da riaprire per la procura generale, con l’imputazione poi tradotta in omicidio preterintenzionale finito in legittima difesa per tre gradi di giudizio, dal rito abbreviato fino alla Cassazione. Sei anni di processi vissuti sempre con discrezione, allontanandosi il più possibile da Perugia, fino alle lacrime con cui giovedì sera alle 19.46 ha saputo dell’ultima decisione a suo favore.
«Come ho vissuto questi anni? Non bene – spiega al Messaggero -. La mia vita è cambiata molto da quella notte. E anche io ho subito un grave lutto, con la perdita di mia mamma, morta in Brasile senza sapermi assolta definitivamente». Patrizia racconta e cerca di spiegare cosa abbia provato da quella notte, iniziata con l’appartarsi nella macchina del 19enne, poi la lite, l’aggressione, il tentativo di difendersi, la sua mano sul collo di lui e poi la fuga da quell’auto rossa. Vivendo poi il peso della morte di un ragazzo, ma sempre con la consapevolezza di essersi difesa, avendo rischiato la vita anche lei. Parole che Patrizia prova a mettere in fila con difficoltà e comprensibile emozione: «Penso ogni tanto a Samuele, ma so di non essere responsabile della sua morte – ribadisce ancora una volta -. Ogni tanto vado in chiesa a mettere una candela per lui».
A pesare tanto, spiega, sono stati anche i pregiudizi. Di lei è stato detto che essendo fisicamente un uomo sapeva di avere la forza di uccidere. Che aveva stretto la mano per strozzare e non per difendersi. Con i fotogrammi di quella notte a tornare sempre in testa. «I pregiudizi hanno contato tanto in questa storia – ricorda -. Perché sono una prostituta e lavoro per strada». E proprio per strada le è capitato in più occasioni di essere seguita, ripresa e insultata da parenti e amici di Samuele, che cercavano una comprensibile via di fuga al loro dolore senza senso. «Da allora, niente è stato più come prima – insiste -. Da quella notte, è cambiato tutto tantissimo».
Da Perugia, dove non poteva più lavorare, costretta a nascondersi dagli sguardi di chi aveva letto la sua storia e la riconosceva dalle foto, si è dovuta allontanare, dopo essersi trasferita in Umbria da Roma, dove un vigilante di Todi l’aveva accusata di una rapina con un ombrello: ma anche in questo caso il giudice l’ha assolta, con sentenza passata in giudicato, ritenendo improbabile che un uomo armato potesse essere stato sopraffatto da lei con un parapioggia. Ancora una volta il pregiudizio per la trans. Sempre assolta anche dall’accusa di immigrazione clandestina, Patrizia ha poi cambiato definitivamente casa: «Ora vivo in una città del nord Italia, ma non voglio si sappia dove, mi capirà». A restarle accanto in questi anni di processi, viaggi e cambiamenti «è stata soprattutto una mia amica che non mi ha mai mollato. Ma anche il mio avvocato, Francesco Gatti. Che ha fatto tanto, anche troppo». Perché, è il senso delle sue parole, in pochi avrebbero scommesso e investito così tanto per difendere «una che lavora in strada». Fino a quel liberatorio «È finita» di giovedì sera. Eppure, nonostante le lacrime per la sentenza che chiude la sua storia processuale, ha sempre un pensiero anche per Sonia, la mamma di Samuele che per anni si è battuta per vederla condannare. «Spero che lei possa perdonarmi, ma la morte di Samuele non è colpa mia».
Egle Priolo

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